Oggi in ufficio c’è un gran da fare e da tradurre per la giornata mondiale contro il tabacco, ventitreesima edizione. Le cifre sono enormi: si parla di 350 milioni di fumatori cinesi (un terzo dei fumatori mondiali) e, secondo le statistiche pubblicate dagli organi ufficiali del ministero della Sanità, il 3% delle cinesi avrebbe il vizio del fumo.
Dalla mia prospettiva quotidiana di pechinese acquisito, qui il fumo è ubiquo e trasversale: fumano tutti e dappertutto.
In mancanza del’efficace binomio caffè-sigaretta che da generazioni noi italiani portiamo avanti con orgoglio, i cinesi, dimostrando molta più elasticità, non si fanno mancare una boccata di sigaretta in nessun frangente della giornata: la mattina, quando scampanello in bicicletta per farmi largo nelle comodissime piste ciclabili pechinesi, una decina di vecchietti che pedalano con la sigaretta accesa non manca mai. Stesso discorso per i taxisti che, fregandosene altamente della norma che vieterebbe di fumare all’interno del veicolo, spesso ti offorno una sigaretta appena chiudi lo sportello.
Si fuma al ristorante, in ospedale, in ascensore, in discoteca e nei pub, perfino nei bagni pubblici, che a Pechino si trovano davvero ogni centinaio di metri, dove oltre ai miasmi mortali fermentati dal caldo umido di stagione, tutto l’ambiente è sempre pervaso da una cappa di fumo: è infatti abitudine comprovata accovacciarsi sui cessi alla turca (che, presumo per facilitare i rapporti interpersonali, sono dotati di un divisorio che mi arriva poco sopra il ginocchio) accendendosi immediatamente una sigaretta: forse per coprire odori imbarazzanti, forse per facilitare ancora di più il processo di espulsione, già coadiuvato dall’areodinamicità della posizione e dall’ottimizzazione della forza di gravità.
Le sigarette in vendità nei tabaccai cinesi sono quasi tutte rigorosamente “made in China” e spesso fanno le veci del biglietto da visita: in base alla marca che si fuma, si lascia intendere quanto si guadagna e a che ceto sociale si appartiene (o si vuol dare l’impressione di appartenere). A volte i commercianti hanno in tasca due pacchetti di sigarette: uno, più costoso, per offrire sigarette ai possibili compratori, mentre l’altro, più economico, da fumarsi senza essere visti da altri.
Per chi è stato in Cina, Le Sigarette Cinesi per antonomasia hanno un solo nome: Zhongnanhai. Per molti fumatori occidentali, non appena qualche malintenzionato li introduce al fantastico mondo del tabagismo cinese, diventano una sorta di droga, e al ritorno in patria la stecca di Zhongnanhai da 8 mg di catrame, le uniche fumabili per quanto mi riguarda (i pacchetti di Zhongnanhai si differenziano in base al coefficiente di catrame al mg, più fanno male meno costano), diventa una sorta di reliquia, un feticcio sacro da commemorare ad ogni sigaretta.
Le Zhongnanhai sono le sigarette dei giovani, costano poco, 5 yuan il pacchetto da 8 mg (poco più di 50 centesimi di Euro), e tra i pechinesi in età universitaria sono oramai un fenomeno culturale. Esiste anche un inno, un’elegia della sigaretta cinese scritta dai Carsick Cars, gruppo punk pechinese: ad ogni concerto, quando partono le prime note di “Zhongnanhai”, la folla impazzisce e inizia a lanciare sul palco sigarette e pacchetti di Zhongnanhai, in un rito collettivo che ha un qualcosa di apotropaico. Zhongnanghai è anche il nome del palazzo dove risiede il governo centrale cinese, quindi il pogo ed il lancio di sigarette assumono in questo caso connotati ben poco folkloristici.
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2 Comments
Dove sto io vanno moltissimo le ?? shuangxi, le “Doppia felicità”
Caro Matteo, Paese che vai, fumo che trovi. Mi viene in mente il Giappone: una delle cose che non hanno mai smesso di stupirmi quando ci sono andato è che è vietato fumare all’aria aperta ed è permesso invece nei locali pubblici. Così, nei bari si vede il contrario di quel che accade in Italia: nei tavolini esterni siede la gente che non fuma, e all’interno invece si fuma. Meraviglioso Oriente…..:-)
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